martedì 7 luglio 2009

GLI ITALIANI E INTERNET SECONDO ‘INCONTRO ITALIANO’


Incontro

A proposito del lessico di internet, segnalo l’ultimo numero di Incontro Italiano, l’audio-rivista dedicata a chi apprende italiano e che propone:

Internet in Italia. Il futuro è già qui?

Con tre interviste, articoli, approfondimenti e un dialogo a tema scopriamo come funziona internet in Italia, spiega Giovanni, il presentatore della rivista.

Gli articoli e il podcast sono stati preparati per gli apprendenti di livello intermedio che troveranno la trascrizione dell’audio, gli esercizi e il vocabolario per le parole difficili (“smanettoni”, ad esempio). Tutto molto utile per aggiornare le letture sull’argomento già disponibili sui libri che usiamo in classe, senza dover faticare troppo.

Le interviste dimostrano che digitali si diventa, infatti al giovane espertissimo, al solito nativo digitale, la rivista affianca due signori di mezza età che raccontano la propria esperienza di navigatori della rete.

Da ricordare: l'audio completo e la rivista stampabile sono disponibli solo per gli abbonati, mentre il sommario dell'audio è disponibile per tutti dalla homepage e come podcast.

Un ultimo commento: il futuro è già qui? Mica tanto, almeno secondo i risultati della posizione dell'Italia relativi allo sviluppo e all'impiego delle tecnologie ICT. Uffa.


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venerdì 3 luglio 2009

FORMAZIONE ONLINE. PER TUTTI?


moodleCucina

Adesso che ho un po’ di tempo libero sono riuscita a leggere gli abstract del MoodleMoot 2009 di Torino, un po’ in ritardo (due mesi dopo, uuuh…), ma meglio tardi che mai!

A giudicare dagli argomenti degli abstract, l’evento ha offerto l’occasione per accogliere anche una serie di interventi centrati sulla didattica e la formazione degli insegnanti di italiano come L2 o come lingua straniera. Un comune denominatore unisce i modelli proposti: un’attenzione particolare alla dimensione sociale ed interazionale della lingua, che li porta a scegliere la metodologia dell’apprendimento collaborativo.

Tutti gli abstract e alcune presentazioni in Power Point sono disponibili sul sito della conferenza.

Segnalo di seguito alcuni interventi. Innanzitutto quello di Stefania Spina e di Francesco Scolastra dell’Università per Stranieri di Perugia:

Uso di Moodle nell’apprendimento linguistico: problemi e prospettive,

una valutazione senza dubbio positiva dei progetti in corso, come gli attuali corsi online di lingua italiana per stranieri, o delle attività già proposte dal 2004, tra cui i due docenti ricordano

“il Master di primo livello in Didattica dell’italiano lingua non materna, in modalità blended, giunto nel frattempo alla sua quinta edizione”.

Perché Spina e Scolastra considerano positiva l’esperienza di utilizzo della piattaforma durante questi cinque anni?

Le ragioni si trovano tutte nell’abstract, ma ne ricordo una in particolare che considero un grande valore di Moodle:

l’ approccio “nativamente” collaborativo e costruttivista che ha aiutato a costruire la comunità tra gli alunni, rivelandosi di straordinaria efficacia, in modo particolare per la formazione, in ciascun corso erogato, di comunità di apprendimento internazionali e multiculturali, in cui corsisti di madrelingue diverse hanno condiviso con successo un percorso di apprendimento comune.

Due docenti dell’Università di Genova, Emanuela Cotroneo e Alessandra Giglio, hanno presentato invece un altro Master in Didattica dell’italiano per stranieri :

La formazione a distanza per docenti di lingua italiana per stranieri: strumenti ed attività.

Di queste due docenti conosco un’interessante iniziativa per un corso online a studenti cinesi (la presentazione si trova su SlideShare insieme a quella relativa alla comunicazione del MoodleMoot).

Nel loro intervento ricordano che i master erogati per la formazione dei docenti di Italiano L2 sono ormai 16, di cui 9 in formato blended. Anche nel Master di Genova viene considerato fondamentale l’utilizzo delle tecniche del cooperative learning quale colonna vertebrale di un approccio metodologico corretto per i corsi online (e non solo).

Per non uscire dall’ateneo di Genova, ecco Elisa Bricco docente di francese alla Facoltà di Lingue e letterature staniere che ha presentato le proprie Esperienze di e-learning nell’ambito della didattica delle lingue e culture straniere all’università.

Segnalo un altro abstract che si occupa di cooperative learning, benché non centrato sull’insegnamento delle lingue:

AulaWeb 2.0? Piccoli passi verso l'apprendimento collaborativo, di Marina Ribaudo, Andrea Squarcia
Università di Genova. A che punto è l’uso collaborativo di Moodle? Piano piano si va lontano, sembrano suggerire gli autori della ricerca. L’ambiente e-learning usa Moodle principalmente come repository, per assegnare compiti, facendo un uso massiccio del web 2.0 e tuttavia la maggior parte dei docenti non sembra ancora in grado di ottimizzare gli strumenti collaborativi offerti dalla piattaforma.

Divertente è la presentazione in Power Point dell’insegnante tedesca Sieglinde Jakob-Kühn: Moodle goes Web 2.0, un invito a non complicarci l’esistenza con il codice HTML. Figurarsi, non abbiamo neanche il tempo di leggere gli abstract dei congressi...!

Per tornare all’italiano L2, l’uso di Skype per le attività di peer-tutoring con studenti italiani di lingue è una delle proposte del corso di Antonella Elia e di Maria De Santo dell’Università degli Studi di Napoli, L’Orientale – CILA: Moodle e didattica dell'Italiano L2: un percorso di lingua e cultur@ italiana online.

Le docenti spiegano che La funzione del peer-tutor italiano è stata quella di accompagnare individualmente lo studente straniero nel proprio percorso di apprendimento online.

Anche questo corso viene erogato in formato blended:

Il progetto è frutto dal gemellaggio tra il nostro Ateneo e l’Università della Slesia di Katowice. Ha come obiettivo principale la promozione della lingua e cultura italiana in Polonia, e lo sviluppo di un vivace dibattito interculturale, stimolando in modo autentico e innovativo l’apprendimento, sia individuale sia collaborativo, della nostra lingua.

In conclusione: oggi non soltanto gli studenti, ma anche gli insegnanti che lavoriamo all’estero possiamo formarci online, dato che la rete ha in parte soppresso le difficoltà degli spostamenti. Un dubbio però mi assale, i docenti che hanno presentato i propri progetti al MoodleMoot di Torino dove hanno imparato ad usare Moodle?

Affinché non si creino fratture tra chi può accedere alle TIC e chi invece non ha a disposizione i servizi di supporto alla didattica centrati sul digitale, sarebbe il momento di pensare a come risolvere tale gap e poter facilitare a tutti gli insegnanti interessati anche il sapere in rete, ovvero far sì che si possano muovere anche nelle classi virtuali.



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lunedì 29 giugno 2009

MANUEL CASTELLS NELLA MATURITÀ 2009



Immagino che qualcuno potrebbe dire: “Perché non mi lasciate solo? Non voglio far parte della vostra Internet, della vostra civiltà tecnologica, o della vostra società in rete! Voglio solo vivere la mia vita!” Bene, se questa è la vostra posizione, ho delle brutte notizie per voi. Se non vi occuperete delle reti, in ogni caso saranno le reti ad occuparsi di voi. Se avete intenzione di vivere nella società, in questa epoca e in questo posto, dovrete fare i conti con la società in rete. Perché viviamo nella Galassia Internet. M. Castells, Galassia Internet, (2001), traduzione italiana 2007.

Questa considerazione di Manuel Castells, sociologo catalano, introduce uno dei temi della maturità 2009: Social Network, Internet, New Media. Ecco le tracce ministeriali delle prove scritte.

Castells è docente ordinario all’ Universitat Oberta de Catalunya, nonché professore emerito all'Università di Berkley in California. L’argomento introdotto dalle sue parole, seguite dalle non meno interessanti considerazioni di altri quattro autori, hanno determinato la massiccia scelta del tema sulle reti sociali da parte degli studenti italiani.

L’ultima considerazione è tratta da un articolo di A. Bajani su “Banca della Memoria” lo “YouTube dei nonni”, di cui sono una fan e ne parlavo in un post l’estate scorsa.

Gli studenti hanno lasciato decisamente da parte la traccia uno, l’analisi del testo su Italo Svevo, un brano dalla prefazione di “La coscienza di Zeno”, in cui si accenna alla psicoanalisi (nessun interesse per Freud o Lacan, ormai?), mentre mi dispiace un po’ per la scarsa attenzione ai temi di argomento storico, la caduta del Muro di Berlino e la ricorrenza dell’unità d’Italia. Entrambi, come puntualizza Alessandro Barbero su Il Sole 24 Ore, sono da considerare “speculari per far riflettere sulle diverse forme di stato e di governo che può avere una società moderna».

Riflessioni fondamentali per aiutarci a ritrovare la stada verso una democrazia dignitosa.

Tutti gli argomenti proposti quest’anno sono stimolanti, ma nell’estate del 2009 le reti sociali suscitano vivo interesse e battono tutti gli altri temi. Poco importa se le relazioni sociali diventano sempre più numerose, ma anche sempre più labili, se i limiti della privacy o della proprietà intellettuale vengono continuamente forzati.

In questo momento vedo studenti che girovagano sul web, senza fissa dimora, ma pensandoci bene soltanto alcuni. Molti altri entrano in classe già abituati ad interagire in ambienti virtuali, a trovare parte della formazione e molta informazione nelle risorse digitali.

Conviene adeguarsi, dato che, come dice il portale di Studenti.it:

non ha molto senso discutere se siano giusti o sbagliati i social network. Sono semplicemente un'evoluzione dei mezzi di comunicazione.

Aggiornamento post, sabato 4 luglio: Senza tale evoluzione, senza Twitter, Facebook, Youtube, non avremmo mai saputo della morte di Neda, la ragazza iraniana, nonostante gli sforzi per oscurare l'informazione da parte degli intransigenti. Me l'ha ricordato proprio Manuel Castells nel suo articolo di oggi sul quotidiano catalano La Vanguardia.
































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giovedì 25 giugno 2009

DOLCE STIL WEB: L'ITALIANO DELLA RETE


dolce

Leggo sul blog CHIODO SCHIACCIA CHIODO la segnalazione di “Dolce Stil Web”, scritto da Pino Bruno, giornalista di Rai3. La prefazione è di Gianrico Carofiglio.

“Un viaggio attraverso il linguaggio creato dalla rivoluzione digitale” promette il sottotitolo.

Lo leggerò senz’altro, spero di capire finalmente il significato di tanti termini e neologismi, come rippare o criccare, ad esempio. Scusate l’ignoranza.

Mi sembra un’idea utilissima, userò questi termini per un’indagine in classe. Conteremo le parole che lo spagnolo ha tradotto dall’inglese, confrontando il risultato con il comportamento della lingua italiana nel contesto digitale. Poi sarà interessante testare quanti di noi, anche tra gli insegnanti, conoscono effettivamente il significato di termini quali lan, blobbare, sniffer, SSL

“Tanto gentile e tanto onesta pare…”, queste erano le parole del Dolce Stil Novo, ma come facciamo ad usarle ai tempi di Lisbeth Salander, la fosca hacker di Stieg Larsson?

“Ogni epoca raccoglie ciò che semina” considera Pino Bruno. Niente di nuovo sotto il sole, direi, un nuovo modello di comunicazione, di riproduzione e diffusione dell’informazione, cerca sempre nel repertorio delle parole disponibili, modi diversi per esprimersi. Proprio come all’epoca dell’invenzione della stampa.



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lunedì 15 giugno 2009

STRESS DA VERIFICHE




Mamma mia, come stressano i risultati degli esami.

La settimana scorsa sono usciti i risultati dei test finali. Questa volta però, tra gli alunni che festeggiavano contenti il risultato positivo c’era un numero forse più alto che in altri quadrimestri di studenti irritati, delusi, indignati.

Avevano scoperto il fatidico “bocciato” vicino al proprio cognome, un affronto “difficile da digerire”, mi ha detto una tipa, mai vista prima, portavoce di un gruppetto imbronciato.

La tipa non mi lasciava passare, benché io non fossi stata la sua insegnante, ma tant’è, ne avrebbe fatto le spese il primo docente di passaggio. Intanto rincarava la dose: l’italiano, se per caso l’avessi dimenticato, trattasi di una lingua che si studia per “piacere”, ossia “per passar-s’ho bé”, di sicuro non è competitiva come l’inglese, “che se non lo so non mi danno il lavoro!”. Poi il colpo di grazia, da un’intera classe di bocciati: non metteremo più piede in questo centro, non abbiamo i soldi da sprecare, torniamo all’Istituto Francese…

Come se l’ortografia francese fosse facile, ho pensato io, ma l’ho solo pensato, perché in tempi di crisi di iscrizioni, crisi di tutto, non era il caso di polemizzare, dando ulteriori lezioni a un gruppo inferocito che, tra l’altro, non conoscevo affatto.

Inevitabile considerare che qualcosa non ha funzionato in questa classe. Nessun obiettivo è stato acquisito. Si potrebbe chiudere il discorso con un “somari, sforzatevi di più”, se non fosse che un intero elenco di bocciati fa male agli occhi. È doveroso chiarire che la classe in questione, dallo scarso profitto, apparteneva addirittura a un corso avanzato!

Sull’argomento verifiche non esistono risposte precostituite, tuttavia dopo le lamentele ascoltate, la domanda che mi frulla per la testa è in che modo sia possibile perseguire gli obiettivi di apprendimento per l’italiano L2, senza perdere di vista la qualità dello stesso. Arriva il momento che bisogna pur ripassarle ste’ preposizioni, ma gli alunni si giustificano ricordando che la spendibilità sociale dell’italiano non è paragonabile a quella di altre lingue. Tale giustificazione lascia il tempo che trova, dato che un’insegnante d’inglese mi ha riferito dei molti problemi da affrontare ogni giorno anche per l’insegnamento della lingua della ricerca scientifica e del commercio internazionale. Tra cui c’è anche quello di correggere continuamente gli errori “fossilizzati”. Ci riusciranno mai? Per il momento, con l’agilità di sempre hanno raggiunto un compromesso tra l’inglese dei madrelingua, con tutte le sue varianti, e il “global English”, eufemismo ufficiale per “guaranì English” (come viene chiamato scherzosamente dagli anglo-americani-australiani-canadesi l’inglese parlato a livello planetario). Se questo può servire a consolarci.

Tornando al discorso verifiche, si è detto e scritto parecchio sull’argomento valutazione e certificazione dell’italiano a stranieri, abbiamo al rispetto le prove CILS fin dai livelli A1 e A2, veicolati in modo efficiente dal Quadro comune europeo.

Ebbene, la valutazione che già è problematica, si sta complicando ancora di più a causa dei nuovi contesti d’uso derivanti dalle tecnologie.

Infatti, dopo la sgridata della classe bocciata, ecco arrivare una mia alunna dell’intermedio 1 che mi annuncia trionfante di aver appena aperto una pagina su Facebook, allo scopo di non perdere di vista i compagni di classe, di poter condividere contenuti in italiano, nonché continuare a “parlarsi” in italiano, anche se con gli strafalcioni ad uso. La classe mi guardava compiaciuta. Una classe dell’intermedio 1 possiede un livello ancora bassino di competenza, non completa ancora il profilo di apprendente B, o “indipendente”, secondo i parametri del Quadro Europeo. A quanto pare, gli studenti vogliono sentirsi autonomi prima del tempo. Evviva l'interlingua. Ecco, forse un'occasione imperdibile per analizzare l'interlingua!

Nel social network "Italiano per Principianti?" esiste già un gruppo formato esclusivamente da alunni di italiano della Scuola Ufficiale di Lingue di Sagunto (Valencia). L’iniziativa dei miei alunni sembra dunque in linea con lo spirito dei tempi che corrono.

Sul momento ho pensato che forse un esperimento iniziato in ottobre di quest’anno accademico aveva favorito l’iniziativa. O forse mi sto mettendo una medaglia che non merito? Comunque, durante l’anno ho aperto un wiki per i miei studenti, allo scopo di riprendere alcuni aspetti del programma che la mancanza di tempo (e di risorse) non permetteva di approfondire. L’esperienza sta durando tutt’ora ed è presto per parlare di risultati.

Per farla breve, in via sperimentale vorrei favorire una nuova usabilità dell’apprendimento in un contesto formale/ non formale. Il wiki è uno strumento non formale che ho usato come repository e appoggio per le lezioni in classe. In questa modalità d’uso (non è l’unica) il wiki non ha contraddetto l’apprendimento istituzionalizzato che avviene sempre in ambiente formale, dove si insegna un sillabo pianificato. Per quanto inaspettata, l’idea di Facebook fa notare senza dubbio un interesse per l’italiano, ma pone anche il problema della tematica dell’apprendimento informale, libero, non intenzionale. Del “fai da te” nel dopo scuola, insomma.

L’annuncio dell’alunna mi ha colto un po’ di sorpresa, non lo nego (sono una immigrata digitale!). Sospettosa, mi sono chiesta se fosse possibile l’apprendimento delle lingue in un contesto come quello di Facebook, ma soprattutto quali criteri di coerenza fossero possibili tra il sillabo proposto in classe e la conoscenza informale prodotta sul muro del social network. Inoltre, quali sarebbero le ricadute per la valutazione di un apprendimento informale, affinché imparare l’italiano risulti efficace.

Queste considerazioni suggerirebbero che:

1) io cammino sempre con un passo indietro rispetto all’utenza che, comunque, non è affatto “digital native”, infatti l’età di questa mia classe va dai 32 ai 65 anni.

2) Le prove valutative formali vanno bene per un percorso di apprendimento strutturato, questo lo sappiamo, ma visti i risultati, ormai non funzionano neanche tanto bene.

3) Se accettiamo che si possa acquisire la conoscenza anche in un contesto informale, bisognerà affrontare questa dualità di apprendimento. Ciò comporta chiedersi quale strada scegliere per valutare i due tipi di apprendimento, quello linguistico in classe e quello informale. Valutarli insieme o separatamente? Ovvero, la valutazione formale (continuata e finale) si dovrebbe affiancare a quella informale? Per esempio con un e-portfolio?

Per il momento, non ho risposte.

Il mondo cambia, i contesti della conoscenza si sono diversificati, coinvolgendo a mio avviso anche i modelli di analisi di competenza e padronanza delle lingue.

Bene, ho dovuto ridefinire l’intero senso dell’apprendimento, perché il mondo corre così veloce... Le concezioni che avevamo al rispetto, quando la conoscenza si trovava concentrata in un posto fisso, per esempio in una biblioteca, non funzionano più. (J. Cross, Informal Learning, 2004)

No alle tecnologie senza un fine pedagogico, avverte il progetto europeo EPICT, per una definizione delle metodologie didattiche in ambito formale/ informale. L’acronimo EPICT significa European Pedagogical ICT License, di cui il sito EPICT.

Rilassiamoci, dunque, è inutile stressarsi, meglio vivere l’estate e lasciare per l’autunno gli esperimenti sugli alunni informali.


Alcuni riferimenti utili


Un classico: AA.VV. Valutare e certificare l’italiano di stranieri. I livelli iniziali, Guerra, 2003. Prefazione di M. Vedovelli. Occhio alla bibliografia!

Non tutti i docenti hanno smesso di guardare agli errori con preoccupazione, nonostante ce lo consigli Quando gli studenti sbagliano: l'errore, speciale di Officina.it, 2008 (09) di Alma Edizioni.

Per l’apprendimento formale/ informale, non specifico delle lingue straniere:

Cren, E. (2009), Web 2.0 e formazione:folksonomia e apprendimento condiviso, rivista Form@re, 61(2). Accesso gratuito. Occhio alla bibliografia!

Piave, N. (2008), Educare all'apprendimento informale online: la scuola 2.0 fra paradosso e opportunità, da Il giornale dell’e-Learning, anno 2 nº 5.

Battigelli, S, Sugliano, A.M., (2008), Ambienti di comunicazione per l’apprendimento formale/ informale, analisi delle funzioni d’uso dei diversi ambienti di comunicazione nella comunità e nel corso EPICT.

Ho tradotto due frasi da un intervista a

Cross, J. (2004) An informal history of eLearning. dalla rivista On the Horizon [su Internet] 12(3). pp.103-110. È necessario fare l’account e pagare. Intervista segnalata dal blog: E-learning Curve Blog

E inoltre: Cross, J. (2007) Informal Learning: Rediscovering the Natural Pathways that inspires Innovation and Performance. San Francisco: John Wiley & Sons, Inc.





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venerdì 15 maggio 2009

FUTURO O FUTURO NEL PASSATO?


In settimana si sono conclusi due eventi che potrebbero suggerire qualche spunto in più per arricchire di nuovi argomenti le lezioni sul futuro, o sul futuro nel passato.

Le Venice Sessions: le conseguenze del futuro organizzato da Telecom Italia e Nova a Venezia, eccellente riflessione sul rapporto tra tecnologie e arte.

Il secondo evento è invece il premio Velázquez all’artista di Barcellona Antoni Muntadas. Videoarte ed Internet-art definiscono questo artista residente negli Stati Uniti, da più di trent’anni impegnato nella sperimentazione di nuove espressioni con le tecnologie.

Entrambi gli eventi hanno in comune una connessione con la ricerca di narrazioni ai tempi di internet. Chissà che ci aiutino ad insegnare meglio agli alunni ispanofoni come esercitare futuro e condizionale composto.

Per cominciare, un bel compitino sul futuro nel passato attraverso due previsioni future, sbagliate, riguardo il modo di comunicare. Ce le racconta Maurizio Ferraris: Le radici della globalizzazione sono nelle registrazioni.


Gli interventi sono tutti davvero stimolanti, ma per andare sul tema della scrittura, eccone due di Alessandro Baricco (che ultimamente ritrovo un po’ dappertutto come il prezzemolo).

Lo scrittore indica come stiamo accettando una narrazione sempre più semplificata del reale a cambio della velocità, della capacità di trasmissione. In questo modo perdiamo un reale dominio della complessità:

La voce del narrare

In un altro intervento Baricco afferma che in Occidente la narrazione più consolidata sul futuro può riassumersi così: il futuro è finito.

Potrebbe essere un modo paradossale per introdurre una lezione sulle forme del futuro, ma si corre il rischio che se diciamo agli alunni che il futuro è finito, non ne studierebbero più la coniugazione e buonanotte.

Il discorso Tecnologia e Arte Contemporanea viene sviluppato invece in una sessione specifica, continuando anche su Facebook:

Il M.I.T. e la Biennale alle Venice Sessions.

In tali contesti, con una tecnologia sempre più pervasiva nella vita di tutti, anche degli artisti, non è casuale il riconoscimento al catalano Muntadas, come segnalavo prima. In Italia, il gruppo Studio Azzuro si muove in questa direzione, le tecnologie permettono all’artista di sperimentare l'eterogeneità delle interazioni tra l’opera d’arte e il pubblico.

Concludo con qualche modesta riflessione da prof:

Il futuro era quel tempo che dal punto di vista cronologico indicava un fatto che deve ancora verificarsi o giungere a compimento, come si legge nella “Lingua Italiana” di Dardano e Trifone.

Parafrasando Baricco, se il futuro è già finito, quale narrazione ci aspetta per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri? Esiste per noi questo tempo futuro, ormai sempre più incalzato dal presente che lo coniuga velocemente in un futuro nel passato? Sarà (è) possibile svolgere la nostra professione con una costante mancanza di risorse tecnologiche, proporre ancora dei corsi insegnando soltanto con il gesso, la lavagna e la radiocassetta?

Va bene, avevo già intonato la lamentela del gesso, lo riconosco, sono un po’ fissata. Ma non sono pessimista, le domande partono da una determinata realtà, che è quella che ci troviamo ad affrontare ogni giorno.

Inoltre, vorrei riferirmi anche al dilemma che investe la competenza grammaticale sull’uso dei “futuri”.

Effettivamente ormai riconosciamo il tempo futuro come modo e meno come tempo. Inserisco nei test la coniugazione al futuro quando propongo una brochure pubblicitaria con qualche prodotto o programma turistico (il primo giorno visiteremo…, nella nostra spa troverete….), oppure con lo scopo principale di indicare una supposizione, un uso dubitativo: Si sarà sposata Carla?, oppure: Sarà anche ricchissimo, ma è un gran maleducato! per esprimere una concessiva.

Nei test bisognerebbe tener sempre presente l'uso della lingua, per non cadere nella tentazione di chiedere agli alunni: “descrivi le tue vacanze future, dove andrai, con chi parlerai…”, quando noi siamo i primi a dire, “Quest’estate vado in Sardegna, voglio fare trekking…”.

Il futuro nel passato invece lo usiamo con maggior frequenza e, benché venga spesso sostituito nel parlato dall’imperfetto indicativo, ciò non significa che gli alunni ispanofoni lo usino con più facilità. Abbiamo un bel ripetergli di usare l’imperfetto che in questo caso offre più scioltezza al discorso. Quando devono scegliere un tempo per esprimere lo svolgimento di un’azione futura ma che il contesto pone in un racconto passato, di solito non si sognano di utilizzare l’imperfetto, per la semplice ragione che in questo caso non rientra nel repertorio grammaticale del catalano o del castigliano.

Il condizionale composto per il futuro nel passato entra con difficoltà nelle competenze degli alunni ispanofoni che lo dimenticano sempre, per inserire il loro (più breve) condizionale semplice: “Mi ha detto che verrebbe ieri pomeriggio…”.

Non è un problema da poco, infatti rivela uno dei pochi errori ripetuti anche dai ragazzini di famiglia italiana, cresciuti in Spagna, a contatto con le tre lingue romanze. Sono bilingui o anche trilingui, come nel caso di quelli residenti a Barcellona, che parlano l’italiano, il castigliano e il catalano. Quando spiegano un evento al passato gli scappa: Lo sapevo che Tommaso non verrebbe (invece di sarebbe venuto), perché aveva mal di pancia.

Sono disponibili ottimi studi di grammatica contrastiva che analizzano la questione.

Io mi sono ormai rassegnata ai condizionali presenti degli alunni.


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